Cacucciolo, il rientro è vicino: mesi fuori, ma mai lontano dal calcio
Tra infortunio, studio e lavoro, la forza silenziosa di un ragazzo che non ha mai mollato
Ci sono giocatori che il calcio lo incontrano per caso, e altri che sembrano non averlo mai davvero scelto, perché il calcio era già lì. Vincenzo Cacucciolo appartiene a questa seconda specie. Di quelli che non fanno proclami, che non alzano la mano, ma che se togli il pallone dal loro quotidiano avvertono un vuoto preciso, fisico, quasi fastidioso. Come se mancasse qualcosa di essenziale.
Il 5 novembre 2025, contro il Macedonia, la spalla cede ancora. Terza volta. Una data che non ha bisogno di spiegazioni per chi sa cosa significhi fermarsi. In quel momento non si perde solo una partita, si perde una routine, un equilibrio, una certezza. Da lì in poi arrivano l’intervento, la riabilitazione, i giorni tutti uguali, scanditi da esercizi ripetuti e silenzi lunghi. Il calcio va avanti, come fa sempre. Ma Vincenzo no, Vincenzo resta lì, dentro.
Perché per lui il pallone non è una parentesi. È come l’acqua per un pesce: non serve nominarla, basta sapere che senza si fatica a respirare.
Classe 2003, terzino sinistro, Cacucciolo arriva al Black Jack il 12 marzo 2025. Si gioca contro il Meta, finisce 4-1. Entra in punta di piedi e sembra già parte della stanza. Non chiede spazio, non pretende attenzione. Gioca. E tanto basta. Da quel momento il numero 17 diventa una presenza costante, affidabile, una di quelle che ti accorgi di quanto contano solo quando mancano.
I suoi gol non sono tanti, ma sono tutti carichi di senso. Contro gli Ingiocabili entra a freddo, senza nemmeno avere la divisa pronta, per sostituire l’infortunato Colella. Il Black è sotto 6-2, la partita sembra segnata. Finisce 6-6. Un pareggio che pesa come una vittoria. Poi la rete contro il TMC, la squadra dell’amico di infanzia Monacelli, ex compagno ai tempi dei Gabbiani. Il calcio che si diverte a intrecciare le storie, come solo lui sa fare.
Prima del biancorosso ci sono state altre tappe: Ideale Bari, Forlì – dove vince una Champions e una Europa League nel torneo Il Calcio che ci Piace – e Gabbiani. Esperienze diverse, persone diverse, stessi principi. Ovunque Vincenzo passa lasciando qualcosa che non fa rumore, ma resta.
Il calcio, nel frattempo, gli restituisce anche altro. Lo rende riconoscibile, familiare a tanti. Lo salutano per strada, lo cercano. Non perché ami esporsi, ma perché chi non forza mai le cose finisce per essere riconosciuto e voluto bene. Con molti nascono rapporti veri, sinceri, senza secondi fini.
Fuori dal campo, la sua vita segue lo stesso spartito. Vincenzo studia Marketing e Comunicazione all’università, fa tanti lavoretti, si guadagna ciò che può senza pesare sulla famiglia. È uno di quei ragazzi che non chiedono, non pretendono, non si lamentano mai. Stringono i denti. Fanno. E vanno avanti. Con la testa sulle spalle e i piedi ben piantati per terra.
Dopo l’infortunio, una settimana più tardi, i compagni scendono in campo con una maglia che dice tutto: “Cacu, la tua spalla siamo noi” Non una frase banale di circostanza. Una promessa. Vera. Il modo più semplice e più vero di dire: non sei solo, ti teniamo noi.
E Vincenzo, mentre aspetta, resta dentro al gioco. Affianca Saverio Traversa nello staff del Project, osserva, impara, cresce anche da allenatore. La squadra vola, primo posto, quarti di finale. Un altro modo di vivere il calcio, mentre il corpo chiede tempo e rispetto.
Il rientro si avvicina. Non c’è una data da cerchiare, non c’è fretta. C’è solo la consapevolezza che chi vive il calcio come una necessità non smette mai davvero di essere un calciatore.
Quando tornerà, non serviranno parole. Basterà dargli un pallone.

