PADRI, FIGLI, NIPOTI: DICIASSETTE ANNI DENTRO UNA MAGLIA
Dai ragazzi del 2009 ai loro figli e nipoti. Diciassette anni dopo, il Black Jack scopre che il risultato più importante non è scritto in un albo d’oro: è essere riuscito ad attraversare il tempo
di Giosè Monno
Nel 2009 non pensavamo alla storia. Pensavamo a giocare. Eravamo ragazzi, avevamo una maglia, un pallone e la voglia di costruire qualcosa insieme. Diciassette anni dopo guardo queste fotografie e mi accorgo che, mentre noi continuavamo ostinatamente a giocare, intorno al Black è passata la vita. Siamo cresciuti. Qualcuno è andato via, qualcuno è tornato, qualcuno non se n'è mai andato davvero. Nel frattempo sono arrivate famiglie e figli. Poi guardi una fotografia e trovi Gino, Simone e Riccardo Sifanno. Nonno, figlio e nipote. Tre generazioni dentro la stessa storia. Ed è lì che comprendi davvero cosa significhi essere arrivati fin qui.
Siamo una squadra amatoriale e proprio per questo tutto assume ancora più valore. Nessuno era obbligato a restare. Non c'erano contratti o interessi. C'erano soltanto persone che hanno continuato a considerare il Black un posto nel quale tornare.
Oggi vediamo i nostri bambini indossare questa maglia. Non sappiamo se un giorno giocheranno nel Black Jack. E non importa. Conta che conoscano questa storia perché qualcuno, prima di loro, l'ha amata abbastanza da portarsela dietro nella propria vita. Le vittorie resteranno negli albi. Le sconfitte, prima o poi, si dimenticheranno. Le generazioni raccontano qualcosa di più grande: il tempo.
Nel 2009 avevamo soltanto una squadra. Diciassette anni dopo abbiamo padri, figli, nonni e nipoti dentro la stessa fotografia. Forse, per arrivare fin qui, un po' matti dovevamo esserlo davvero.
Abbastanza matti da diventare storia.


