Black Jack 2009

Black Jack, quando la “follia” diventa storia: 17 anni raccontati prima ancora dei social

Dalle figurine e dai finti giornali del 2009 alle grafiche realizzate oggi con il supporto dell'intelligenza artificiale. Sono cambiati gli strumenti, non il modo di raccontare una squadra nata quasi per gioco

09.08.2026 13:22

Ci prendevano per matti perché raccontavamo tutto. Il problema è che siamo durati abbastanza perché quella follia diventasse storia.

Forse basterebbe questa frase per spiegare diciassette anni di Black Jack. Perché quando tutto cominciò, nel 2009, non c'erano gli strumenti di oggi. L'intelligenza artificiale apparteneva a un altro mondo, Instagram non era ancora nato e la comunicazione delle squadre amatoriali, nella maggior parte dei casi, finiva insieme al fischio finale di una partita.

Al Black, invece, anche una seconda maglia poteva diventare una notizia.

C'erano improbabili schermate in stile Televideo, finte prime pagine del Corriere dello Sport, trattative di mercato raccontate come se dietro ci fosse un direttore sportivo di Serie A. C'erano persino le figurine dei giocatori della prima rosa. Un acquisto meritava un titolo, una cessione un comunicato, un cambio in panchina diventava materiale da prima pagina.

A rivedere oggi quel materiale viene inevitabilmente da sorridere. Le grafiche erano artigianali, le fotografie spesso sgranate e tutto aveva qualcosa di tremendamente esagerato per una squadra di ragazzi che giocava a calcio amatoriale.

Eppure proprio lì c'era già qualcosa che sarebbe rimasto.

Il Black Jack non si limitava a giocare le partite. Le raccontava.

Poi sono arrivate anche le vittorie. Il primo titolo nel 2010, il secondo nel 2011. Fotografie che allora servivano semplicemente a ricordare una serata oggi mostrano ragazzi appena maggiorenni che, diciassette anni dopo, sono diventati uomini, padri, allenatori e dirigenti.

Luca Pastoressa ne è forse l'immagine più evidente. Nelle fotografie dell'archivio ha appena diciotto anni. Oggi è ancora lì, capitano e bomber della storia biancorossa. Nel mezzo ci sono il titolo conquistato nel 2026, una fotografia in campo con il nipote Mario e quella con suo figlio Gabriele. Quattro immagini che, messe una accanto all'altra, raccontano il trascorrere del tempo meglio di qualsiasi statistica.

Ed è proprio il tempo ad aver trasformato quell'accumulo quasi maniacale di fotografie, articoli e grafiche in qualcosa di diverso.

Un archivio.

Il 2 marzo 2026 il cerchio si è chiuso ancora una volta. Alle 22:15 il fischio finale dell'arbitro Sabino Signorile ha consegnato al Black Jack il terzo titolo della sua storia, quindici anni dopo l'ultimo. Anche quella sera abbiamo fatto quello che facevamo nel 2009: fotografato, scritto, raccontato, conservato.

Solo gli strumenti, nel frattempo, sono diventati completamente diversi.

Oggi c'è anche l'intelligenza artificiale. Ci permette di immaginare conferenze stampa, costruire ambientazioni, valorizzare sponsor e trasformare un'idea in una grafica che diciassette anni fa sarebbe stata impossibile realizzare con i mezzi a nostra disposizione.

Ma sarebbe un errore confondere lo strumento con la storia.

L'intelligenza artificiale non ha insegnato al Black Jack a comunicare. Ha semplicemente trovato una storia che veniva già raccontata.

Nel 2009 lo facevamo con quello che avevamo. Nel 2026 lo facciamo con gli strumenti del nostro tempo. Probabilmente continueremo a esagerare, a prendere tremendamente sul serio qualcosa che nasce prima di tutto dalla voglia di stare insieme e a raccontare anche ciò che, per qualcun altro, non meriterebbe di essere raccontato.

D'altronde è così che siamo arrivati fin qui.

Le coppe raccontano quello che abbiamo vinto. Le fotografie ricordano chi c'era. I vecchi articoli raccontano come eravamo.

Tutto insieme racconta chi siamo.

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