Black Jack 2009

Sedici anni dopo lo scudetto, Simone Sifanno, cofondatore del Black Jack: “Qui non si celebra una vittoria, si rispetta una storia”

Il cofondatore del club con Giosè Monno nel 2009 racconta lo scudetto del 2011, l’identità biancorossa e manda un messaggio ai calciatori: “Godetevi ogni istante di questo percorso. Perché resterete nella storia e potrete raccontarlo ai vostri figli"

21.01.2026 12:36

Sedici anni dopo, certe notti non sbiadiscono. Restano addosso come il freddo di gennaio, come l’odore dell’erba bagnata, come una maglia che non smette mai di pesare. Simone Sifanno aveva 17 anni quando il Black Jack vinse lo scudetto. Oggi è uno dei cofondatori di quella realtà nata nel 2009 insieme a Giosè Monno. E quando parla di quel tricolore, lo fa senza nostalgia, ma con un senso preciso di responsabilità: “Sedici anni fa vincevamo lo scudetto, un’emozione mai dimenticata. Ero un ragazzino, avevo appena 17 anni, ma giocavo in una squadra di campioni -  racconta - non solo per il valore tecnico, ma per quello che rappresentavamo”.

Per Sifanno il punto non è il ricordo in sé, ma il significato che porta con sé. “Molti pensano che ricordarsi una vittoria significhi autocelebrarsi. Non è così. È una forma di rispetto. Per chi ha dato tanto a questa maglia e per chi, ancora oggi, dà tutto per i colori biancorossi”.

Il Black Jack, per lui, è un’eccezione nel mondo amatoriale: “La differenza tra il Black e un’altra squadra amatoriale è che qui non si vive alla giornata. Qui c’è una storia. E chi entra in campo ha l’obbligo di rispettarla. Chi non la sente addosso non significa che sia poco serio o non all’altezza. Semplicemente è incompatibile con i valori della nostra famiglia. Puoi essere anche il più forte del mondo, ma se questa maglia non la senti tua, è giusto che tu vada via”.

Il passato, però, non è un rifugio. È un ponte. “Oggi loro hanno una grande occasione: entrare in questa storia. Perché quello che succede a me oggi, che non faccio più parte della squadra, è che vengo ricordato. Vi sembra poco?”.

Il racconto torna inevitabilmente a quell’annata straordinaria. “Ricordo che faceva freddo, proprio come oggi - sorride nrd- ma soprattutto ricordo che volevamo a tutti i costi il campionato. E ce lo siamo presi con forza e autorità. Anche perché l’anno prima, quello della fondazione, le cose si erano messe male e andammo allo spareggio per non retrocedere. Quel gruppo aveva fame. E sapeva cosa voleva”.

E poi c’è il dopo, quello che non finisce nei tabellini. “I post serata al Rustico, fatti di Peroni e risate. Momenti semplici, ma veri. Quelli che costruiscono l’appartenenza”.

Il messaggio ai ragazzi di oggi è diretto, senza retorica. “Godetevi ogni istante di questo percorso. Perché resterete nella storia e potrete raccontarlo ai vostri figli. Non come accade in altre squadre che vincono, festeggiano, poi si riformano e cambiano nome. Qui c’è un’identità da proteggere. Ed è molto più importante di qualsiasi coppa”.

Sedici anni dopo, il tempo passa. La maglia resta. E per chi l’ha fondata, insieme a Giosè Monno nel 2009, questo è l’unico vero trofeo che conta.

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